Poetica e mitica origine della fonte del Gurgitello

di Raffaele Castagna

Si celebravano i riti propiziatori in onore di Minerva nella città a lei consacrata (Napoli), alla maniera di quanto avveniva un tempo in Grecia.
Da tutte le parti accorrono Ninfe e Sirene. Fra tutte brilla per bellezza Parthenope, con i capelli annodati nell’oro, accompagnata da schiere di amiche che le fanno corona. Sono annunciate in arrivo: Egle (Pizzofalcone), Ermis (Monte S. Erasmo), Conicle (La Conocchia), Antiniana (Antignano), Platamone (Chiatamone), Patulcide (Patulcio), Labulla (corso d’acqua), Formellide (S. Caterina o Formiello), Olimpia (Chiaja), Euplea (La Gajola), Megara (Castel dell’Ovo), Nisida, Inarime, Mergellina. Tutte queste sono collegate con altrettante località indicate in parentesi (1) .
C’è anche Procida (2), la più bella delle Driadi, prediletta da Diana che l’ha istruita a trattare l’arco e le frecce nelle selve. E magari sarebbe quivi rimasta! Maledirà invece l’insana decisione di venire al lido in onore di Pallade. Indossa una clamide adorna d’arabeschi e ben lavorata; una fascia di gemme le cinge il virgineo fianco; sulle spalle tintinna la faretra; il vento le scompiglia le instabili chiome. Simile quasi a Diana nell’aspetto e nel portamento! Un fato ineluttabile incombe però su di lei e le Parche sono pronte a spezzare il filo della sua vita!
Da Capri giunge Teleboo (3), un satiro esperto nell’arte della medicina e nell’uso delle erbe che leniscono le ferite e gli affanni. Appena scorge Procida, egli se ne invaghisce perdutamente. Profonda ferita gli preme nel petto e nella mente si agitano i pensieri e le brame di conquistare, anche con l’inganno, la dolce fanciulla.
Sul far della sera, terminata la festa, le Ninfe si apprestano a far ritorno ai propri Lari. Teleboo si avvicina a Procida per acquietare il suo furore ed osa afferrarla con la mano. Lei tremolante e stupita vuole sfuggire a tanto affronto e cerca una via di scampo; vede Inarime che si avvia verso la patria dimora e la prega di aiutarla e di condurla con sé. Insieme e prestamente così raggiungono il lido d'Ischia. Le insegue sempre Teleboo, che con rapido passo le raggiunge. Procida volge le sue preci a Diana, con le lacrime deturpando il suo bel viso: “O dea, se a te sempre ho sacrificato un cervo, siimi propizia e soccorrimi in sì grave momento! Fa che il mio persecutore esanime cada al suolo e precipiti nel Tartaro”. La dea non può soddisfare del tutto questi voti. Si oppone ai tentativi iniqui e sacrileghi di Teleboo, ma non riesce a sottrare la fanciulla al suo sinistro destino. Procida, mentre si difende dal nemico, pudibonda, sente un brivido scorrere per il corpo, la voce le si spezza in gola, le guance diventano di gelo, un pallore l’assale tutta. Diventa pietra colei che fu Ninfa. La parte eccelsa che i capelli coprivano d’alberi si imboschisce, le chiome si trasformano in foglie, dalla faretra, ove erano le frecce, germoglia un bosco che vien popolato di fagiani (4) da Diana.
Nessuna forza può confortare peraltro Teleboo che furente si lancia sugli scogli di Procida, imprecando contro i numi e contro sé stesso, perché vive ancora e non giace disteso tra le ombre infernali. Apollo, mosso a pietà, per rimuovere le cause delle lagrime, scuote le cime, i monti e sconvolge tutto il territorio: Procida si distacca da Ischia e procede in mezzo al mare (il Quinzi tiene presente la teoria che l’isola di Procida era prima unita ad Ischia): il timore suo l’incalza ancora, pur mentre si allontana e cauta irride anche così l’amante deluso.
Su Teleboo cade la vendetta di Diana, per aver egli tentato di violare la vergine. Impotente di fronte al destino, il giovane sente irrigidirsi le membra ed il sangue fermarsi; trasformato in pietra, resta come una figura esanime là presso gli scogli d’Inarime. Piange peraltro, pur se privo di vita, deplorando i fallaci amori della ninfa e ardendo sempre di quelle insistenti faville da cui fu eccitato; ardor spirano le stille che escono dagli occhi, come da un Piccolo Gorgo, donde il nome della sorgente, che ha virtù sanatrice, in quanto Febo le conferisce quei doni salutari, corrispondenti alle erbe che Teleboo usava vantaggiosamente contro i malanni.

Quin et inextinctis, caluit quibus ille, favillis
Ardet adhuc: spirant vel nunc incendia lymphae,
Quas liquat, atque oculis Parvo ceu Gurgite fundit.
Hinc nomen, Fons alme, tuum; sic indita virtus
Plurima; Teleboas nam quot medicamine succos,
Quot potuit morbis adhibere salubriter herbas,
Tot medicis Phoebus vitalia munera lymphis
Contulit, et simili Fontem dignatus honore est.

E però lui arde
ancor di quelle inestinte faville
da cui fu eccitato: spirano ardori
sempre le stille che scioglie ed effonde
dagli occhi come da un PICCOLO GORGO.
Di qui il tuo nome, alma fonte; così
a te la varia virtù sanatrice;
quanti succhi, quante erbe con vantaggio
usar Teleboo poté per rimedi
nei malanni, tanti validi doni
Febo conferì alle acque salubri
e degnò la fonte di tale onore.


1) Egle, cioè Pizzofalcone - Sito così denominato secondo Capaccio dai falconi ivi un tempo cacciati. Sotto il nome di Egle (ninfa) questo luogo è ricordato da Bernardino Rota. Nel punto più alto del regno di Napoli, domina il mare; ricco di eleganti edifici, dolcissimo per l’amenità dei giardini. Di qui meritatamente l’autore la dice emula di Elicona - Bello ed aprico colle. Gli eruditi disputano intorno alla origine della parola Pizzofalcone e non sono giunti a determinarne una che soddisfacesse. Nei tempi andati si chiamò Echia e al tempo dei re aragonesi questo colle era tutto selvoso (da Galanti, op. cit.). - Chiaja (Olympia) - Voce nel gergo napoletano corrotta dall’etrusco Piaggia. Ameno suburbio lungo il lido tra Lucullano e Posillipo. Olympia, come dice Falco, perché qui un tempo si tenevano i giuochi in onore di Giove Olimpico. Luogo giustamente celebrato nelle poesie dei poeti napoletani. - Olimpica - quartiere di Chiaja: luogo detto anticamente “plaga olimpica”; si disse poi playa e plagia, donde le voci italiane piaggia e spiaggia. - Hermis - Mons Hermus, monte Santeramo. Pontano: Monte S. Erasmo che qui era venerato in una edicola. Dall’abbondanza di trifogli alcuni dissero Trifolino. - Conicle, La Conocchia - Luogo fuori le mura della città presso il tempio del dio Giano. Sotto il nome di ninfa cacciatrice la celebra anche Pontano. Bella collina nel quartiere della Stella, sparsa di amene ville. - Antiniana - Antignano - Campagna che da occidente guarda a Napoli, sulla via Appia; ancora si vedono vestigia. Altri dissero Antonianum, ritenendo il luogo fondato da M. Antonio o dall’imperatore Antonino. Più realisticamente alcuni riportano Antinianum: quasi di fronte al Lago Anianum (Agnano). Pontano invoca la ninfa protettrice dei mirteti. - Platamone - Lo Fiatamone - Via litoranea nel suburbio di Napoli, verso occidente; anche in Pontano è una ninfa che è presa dall’amore del giovane Alanto. Volgarmente Chiatamone: in questa strada si trovavano il bel casino del re con un grazioso boschetto sul mare, e le sorgenti di acqua acidula detta ferrata. - Patulcide - Patulcio sul monte: a circa due miglia da Napoli sulla via Puteolana, sacra per la tomba di Virgilio; Pontano secondo l’usanza la celebra sotto il nome della ninfa Patulcide. Il luogo era chiamato Patulcio dal fatto che Elio Abascante, padre di Rufino, comprò quel campo dagli eredi di Patulcio Dioclete; ciò consta da un’antica lapide. - Labulla: rivo che scorre in profondità attraverso i cunicoli di Napoli. Labulla, sia “a labro” (dal bacino da cui viene fuori l’acqua) sia “a bulliendo”, ossia dalla circostanza del bollire. Comunemente Capo d’acqua che viene da Poggio Reale. Pontano spesso rende onorato questo luogo nell’elegia sul Sebeto; Labulla è considerata una ninfa. I Carmi di Donato Franco trattano gli amori di Sebeto e di Labulla. - Formelle - Sotto il nome della ninfa Formellide si indica con Pontano quel luogo che presso le mura della città viene chiamato Santa Caterina o Formiello. Poiché Labulla qui scarica innanzitutto le sue acque, tra i giardini della città, e la distribuisce a mezzo di meravigliose sorgenti tra i crocicchi, Lepid. ritiene Formellide figlia di Labulla. Capaccio chiama la via “Aquas Regias” dalle fonti in essa costruite da Alfonso Pimentel, vicario del regno di Benevento. Da questa via dunque, attraverso acquedotti che in gergo chiamano formelle, è data l’acqua a Napoli, così copiosamente che sembra come la città sospesa galleggi sopra quell’acqua. - Formelle = canali sotterranei che somministravano copia grandissima di acqua a tutte le case e alle fontane. I luoghi per dove passano queste acque si dicevano “formali” come gli antichi li dicevano “aquarum formae”. - Nisida - Piccola isola (come suona il nome) nel golfo di Pozzuoli. Abbastanza celebrata dai poeti. Una volta adiacente a Posillipo, separata da un terremoto e allontanata da un altro. - Mergellina - Luogo amenissimo, all’estremità del lido olimpico e vicino al mare, alle falde di Posillipo: ricoperto di viti. Sannazaro lo ricevette quale dono dal re Federico. Un tempo per i carmi, oggi invece insigne per il sepolcro di sì grande vate. Ital. Mergoglino. - Euplea - La Gajola: quasi di piccola cavità; scoglio più che isola, di fronte a Posillipo, volto a occidente. Dal greco “buona navigazione”. Così denominata, perché una volta offrì buon auspicio ai naviganti di Alessandria. - Megara - Castel dell’Ovo - Forse per Capaccio "Castello Lucullano". Luogo detto da molti Megara, perché una volta vi abitavano i Greci provenienti da Megara. Per altri da Megare, moglie di Ercole: si dice infatti che Ercole abbia vissuto in questa regione.
2) Procida - Isola del golfo di Pozzuoli, da prokeéw / profundo / precipitare, poiché staccatasi a seguito di un terremoto da Enaria, cui una volta era congiunta. Plinio: “alio provolutis montibus insula exstiterit” (per un sommovimento, dopo un crollo di montagne, si costituì l’isola di Procida). L’autore ne fa una ninfa Driade con lo stesso nome.
3) Teleboo - Nome ricavato dall'isola di Capri, detta Teleboo dalle genti di Acarnania che un tempo l’abitarono. O dalle isole Teleboidi (Plinio, lib. IV) da cui gli abitanti emigrarono a Capri. Secondo altri, da Teleboo figlio del re Pterela, che per primo giunse dalla Grecia in questa isola.
4) Fagiani, così detti da Fasi, fiume della Colchide, e a noi portati dagli Argonauti; ora Procida è piena di questi uccelli più delle altre terre.