Elysée Pélagaud
Ricordi di gioventù


Presentazione di Raffaele Castagna

..... gli orizzonti lontani
della vostra isola natia...


In una lettera con cui accompagna l’invio del libro a Madame L. de F***., l’autore le ricorda che sua è stata l’ispirazione e ancora suo è stato poi l’incoraggiamento a scrivere questa storia che ha come scenario soprattutto «la vostra isola natia». In un secolo, il XIX, in cui l’isola d’Ischia diventa meta di molti viaggiatori francesi, non per un breve passaggio, ma per un vero e proprio soggiorno, l’opera di Elysée Pélagaud si pone con una caratterizzazione sua specifica. Non è un diario legato semplicemente alle bellezze dei luoghi, non una guida e neppure un trattato storico o termale. Sono persone che vivono, stabilmente o provvisoriamente, in questo ambiente con i loro problemi, con le loro passioni, in un intreccio di momenti belli e brutti. Peccato che l’isola vi sia presente soltanto come sfondo scenico, mentre non vi è nulla che ne rappresenti la vita della sua gente.
Il romanzo ha come protagonista il giovane Raoul Ernesti e le ultime vicende della sua breve vita, dopo l’infanzia e l’adolescenza a Marsiglia e a Lione, si svolgono soprattutto tra Napoli, Cuma e l’isola d’Ischia. Figlio di un armatore marsigliese, resta orfano prima del padre, suicidatosi per dissesti economici, e poi della madre. Già avviato agli studi universitari, vede davanti a sé un futuro di stenti e di sacrifici, ma con coraggio cerca di risollevarsi dalla difficile situazione: spera di completare il corso di laurea per trovare poi un’occupazione, prende a dare lezioni private per sbarcare il lunario. Un amico (l’autore-narratore dei fatti) lo aiuta offrendogli i suoi libri e cercando di sostenerne le speranze e le aspirazioni nei momenti in cui riaffiorano le incertezze e le disillusioni.
Arriva il momento dell’esame di laurea, quando Raoul passa da uno scoramento profondo alla gioia del successo e della soluzione dei suoi problemi. I professori, fedeli alle testimonianze classiche, restano stupefatti delle tesi da lui esposte, e cioè che Cuma sia una città etrusca e non abbia niente in comune con la Grecia, le cui migrazioni attribuite agli Eubei vennero a devastare l’Esperia e a coprire di rovine un paese fiorente, piuttosto che a fondare delle prospere colonie. «Eccomi respinto e condannato per sempre - si lamenta – a trascinare l’esistenza terribile che conduco da tre anni». Ma l’esito è invece sorprendente: il massimo dei voti e la proposta della direzione di una campagna di scavi da parte del conte commendatore Rettagliosi, napoletano, proprietario di un terreno a Cuma, in cui vuole far eseguire una serie di ricerche per ritrovarne le antiche tracce.
Nell’agosto del 1867 Raoul parte per Napoli, dove la sua nuova vita lo estrania dal passato e lo porta prima a diradare e poi a dimenticare del tutto le comunicazioni con l’amico di studi. Essi si incontrano qualche anno dopo alla stazione di Roma: l’uno veniva in Italia per fare una sorpresa al giovane archeologo; questo si recava a Parigi in viaggio di nozze.
«Adorata mia, il mio più caro amico, mio compagno di studi del quale ti ho tanto parlato».
«La marchesa Guendalina di Lacco , mia moglie».
I due ancora una volta si separano. Da un manoscritto avuto in consegna da Raoul, l’autore ne conosce il racconto della vita di quel periodo.
Anche se il lavoro lo impegnava al massimo e gli procurava felicità e successo per le scoperte effettuate, aveva dovuto anche partecipare alla vita mondana dei coniugi Rettagliosi e della famiglia: i figli Beppo, Giulia, Giovanna e la nipote di ramo paterno Guendalina, rimasta vedova del marchese di Lacco, ufficiale della Marina Italiana, appena sposata a Benevento, dove il marito fu ucciso, forse per motivi politici, mentre il corteo nuziale usciva dalla chiesa; frequentano la casa il cappellano don Egidio, la signorina Elka, tedesca dama di compagnia, il generale Mezzocorpo e l’archeologo Conrad Sommerhorn, figlio di un banchiere di Francoforte, che aveva acquistato una villa a Casamicciola e stava effettuando uno studio sugli antichi abitanti d’Ischia e su monete, fenicie secondo lui, trovate nel suo giardino. La saccenteria (ed altro) di quest’ultimo comincerà presto a urtare la suscettibilità di Raoul; già infatti, prima d conoscerlo, pensa a lui, suo malgrado, come ad un seccatore e un importuno.
Guendalina vive normalmente nell’isola d’Ischia, a Lacco, dove possiede una palazzina in una meravigliosa verdeggiante zona chiamata Val d’Aranci (San Montano?). Qui viene invitato a farle visita Raoul, dopo che a Napoli fra i due ha cominciato a sbocciare l’amore, anche se il giovane appare sempre roso dal dubbio e dal timore che altri possano far svanire il bel sogno. Le intriganti contessine Rettagliosi non mancano di accompagnare con sarcastici sorrisi e battutine i loro frequenti incontri e i sotterfugi per stare assieme nel corso di passeggiate ed escursioni, nella cui descrizione sono evidenziate con enfasi le bellezze paesaggistiche di Napoli e dei dintorni.
Ad un certo punto l’incanto sembra avere il suo epilogo. Raoul deve ritornare al suo lavoro, ma la marchesa lo precede e parte per Lacco, senza salutarlo, per cui i giorni seguenti a Cuma diventano per il giovane pieni di solitudine e cupa oppressione. «Come ho potuto – si interroga spesso – innamorarmi di questa donna per me inaccessibile?»
A scuoterlo dal ricordo-tormento è l’arrivo del conte Rettagliosi che, oltre a complimentarlo per il risultato degli scavi, gli dice che è atteso a Lacco e bisogna subito partire. «Ma ha pensato dunque a me?» Mille pensieri gli passano per la mente durante il viaggio e mentre sempre più nette e caratterizzate appaiono le cime dentellate dell’Epomeo e la folta vegetazione. Punto di destinazione è la parte occidentale dell’isola, formata da enormi colate di basalto scuro che da lontano sembrano giganteschi mastodontici antidiluviani accovacciati in riva al mare. Qui si trova il dominio di Guendalina e su un monticello s’innalza la sua palazzina fiancheggiata da una grossa e alta torre rotonda e circondata da palme. Un Eden incantevole: «Ecco Val d’Aranci – lo scuote il conte, saltando sul banco di sabbia nerastra – il castello di mia nipote, spero che passiate delle piacevoli giornate».
Allusivo e contenuto è il primo colloquio tra Raoul e Guendalina, quando questa gli mostra quei ridenti luoghi, «i miei campi di grano, i miei boschi di olivi, le mie viti che s’intrecciano al tronco nodoso degli aceri sino alla strada per Casamicciola e il Borgo d’Ischia». L’aveva ritrovata «più bella, più affascinante, più adorabile che mai», ma qui entra in scena il signor Sommerhorn, il cui sguardo «aveva una durezza fredda, senza calore, senza vita» e nei confronti del collega archeologo dimostra una familiarità alquanto altera. Ben presto cominciano gli accenni poco benevoli sul rispettivo lavoro che palesano una reciproca immediata disistima. Ma, cosa ben più negativa, Raoul deve convincersi di avere un rivale pericoloso nelle sue aspirazioni di ottenere la mano della marchesa: il tutto confermato anche da alcuni atteggiamenti di questa nel corso delle escursioni per l’isola e delle feste in famiglia. «Le fa la corte», deve ammettere anche don Egidio che ugualmente non simpatizza con Sommerhorn e diventa un prezioso, anche se inconsapevole, alleato di Raoul e della sua folle passione.
Tutta la famiglia compie l’ascensione all’Epomeo, dal cui terrazzo si scopre un panorama del quale nessuna parola umana potrebbe magnificare gli splendori: «Lo sguardo si stende sulla contrada più fortunata del globo, la più armoniosamente bella, la più gloriosa, la più feconda di grandi ricordi». Appartatosi nella contemplazione su un belvedere a strapiombo, Raoul viene raggiunto a fatica da Guendalina e qui nello spazio etereo «si chinò su di me, mi prese la testa fra le mani e appoggiò le sue labbra frementi sulle mie, mentre le mie braccia si stringevano intorno alla sua figura palpitante». La felicità sembrò essere però ancora momentanea. Lei, mostrando le profondità del vecchio cratere, scoraggiata disse: «Qui il sogno, laggiù la realtà!».
Comunque Sommerhorn prende coscienza di aver perduto il primo round e minaccia che presto si aggiudicherà la rivincita. In un incontro a due, il tedesco fa capire che ha ricevuto dal conte Rettagliosi il consenso per sposare la marchesa; d’altra parte Raoul non ha la condizione sociale per pensare di diventare lui lo sposo prescelto.
La lotta si fa dura e trova quest’ultimo in difficoltà, tanto più che sopraggiunge il suo capomastro a dirgli che occorre la sua presenza a Cuma per una frana verificatasi all’improvviso. Migliore fortuna non gli arride, quando saluta Guendalina e le chiede un chiarimento. Senza titubanza la risposta: «Te l’avevo detto: qui il sogno, laggiù la realtà!».
Don Egidio l’accompagna a Cuma e per giorni cerca di risollevarne il morale, anche grazie alle nuove scoperte che sembrano confermare le tesi sulla civiltà dell’Etruria che non avevano soddisfatto un tempo i professori. Intanto col conte Rettagliosi arriva il re Vittorio Emanuele, desideroso di visitare gli scavi con un gruppo di archeologi presenti a Napoli in un convegno di studi. Viene apprezzato da tutti il lavoro portato avanti da Raoul ed il sovrano lo invita a partecipare a Napoli ad una festa che darà in suo onore. Ed è proprio un giorno di grande felicità per il giovane, al quale il re conferisce il titolo di marchese e, indicandogli Guendalina, gli dice: «Coraggio, signore, baciate la vostra fidanzata!».
Sommerhorn non può fare altro che riconoscergli: «Vostra è anche la rivincita, ma mi resta la bella e io non getto mai le carte».
Qui si esaurisce la lettura del manoscritto che l’autore-narratore aveva ricevuto a Roma da Raoul in viaggio di nozze. Sono ormai passati alcuni mesi quando riceve una lettera con cui gli sposi lo invitano a Lacco. L’accoglienza è calorosa ed egli può ammirare le bellezze dell’isola sia direttamente che attraverso dettagliate descrizioni degli amici. Durante il percorso – combinazione strana – aveva anche fatto la conoscenza del signor Sommerhorn. Non gli sfuggono peraltro alcuni atteggiamenti insoliti di Raoul, che ha smarrito il suo interesse per l’archeologia, ha del tutto abbandonato il suo lavoro, volendo dimenticare e annullare il suo passato nel quale poneva anche Cuma.
Tutto ciò però contribuisce ad affievolire i rapporti familiari e l’amore della moglie, che non vede più nel marito l’uomo affermato, l’archeologo famoso per grandi scoperte e da tutti apprezzato. Da questa nuova esistenza subentra in lei una insoddisfazione che la porta ad allontanarsi sempre più da Raoul, dopo inutili tentativi di risvegliare in lui quei valori che tanto aveva apprezzato: si reca spesso a Napoli per feste danzanti, convegni dell’alta società; a Lacco ne organizza lei stessa per crearvi una particolare vita mondana. Raoul, di indole molto diversa, avverte questa realtà e, più che scuotersi, si abbandona alla solitudine e alla tristezza, se ne sta ore intere nascosto nei luoghi che lo videro felice; va in giro per le montagne come un uomo in procinto di perdere la ragione. È ricomparso anche il sig. Sommerhrn, che naturalmente profitta della situazione per riprendere a corteggiare con insistenza la marchesa. Lo stesso don Egidio appare estraneo in questo caos che è diventata Val d’Aranci.
Intanto dolorose notizie arrivano dalla Francia. Siamo nel 1870. Era stata dichiarata guerra alla Prussia, una guerra che a Val d’Aranci vede contrapposti il tedesco Sommerhorn, gongolante di gioia, già vedendo la Francia sconfitta e pronto a partire per raggiungere il suo reggimento, e il francese Raoul, critico contro i governanti colpevoli del conflitto tra i due popoli. Nel mezzo, si può dire, l’orgogliosa marchesa di Lacco destinata ad accentuare la contrapposizione tra i due uomini: «Che bella e nobile cosa l’amor della patria e la gloria dei combattimenti! Vincitori o vinti, partite l’uno e l’altro, portate l’appoggio del vostro braccio e della vostra intelligenza, ed io sarò fiera di essere la donna di uno di voi!»
Qualche giorno dopo, Raoul, ritornando da Cuma, apprende che la moglie è andata via insieme con Sommerhorn. Parte allora alla loro ricerca con desiderio di vendetta e infine si arruola nell’esercito, lui che detestava e malediceva la guerra. «Farò del male anch’io e, se un giorno, su un campo di battaglia o nascosto dietro un cespuglio, lo vedo a portata della mia carabina, quale ebbrezza....!».
Quelli che sono gli eventi successivi il vecchio amico li apprende da una lettera inviatagli da Raoul e scritta alla vigilia della sua condanna a morte (gennaio 1871), per aver ucciso Sommerhorn. Gli comunicava un ultimo messaggio per Guendalina («Dille che l’ho sempre amata... che l’amo ancora!») e lo pregava di esaudire l’ultima sua follia. «Vorrei riposare in questa isola affascinante, su queste rive profumate dove il mio cuore è sbocciato al sole per soffrire tanto e tanto amare... Se è possibile, lasciatemi chiedervi di trasportare le mie ceneri a Val d’Aranci... La padrona di questi luoghi non rifiuterà forse l’ospitalità ad un sepolcro, ricordo muto degli amori di una volta e mi sembra che morrò meno infelicemente se porto la speranza di riposare per sempre vicino a lei».
All’inizio della primavera l’autore-narratore decide di esaudire gli ultimi voti dell’infelice amico. Si reca nel paese della sepoltura e, quando chiede della tomba, gli viene detto che già altra persona aveva domandato di essere condotta.... Lì c’era la signora di Lacco a piangere il suo amato Raoul....
I due seppellirono il corpo sulla riva del grande mare, all’entrata del piccolo rifugio di Val d’Aranci. Sulla sua tomba un ciuffo di quelle gardenie che avevano profumato così poeticamente i suoi tristi amori ed una croce di marmo di Carrara, il cui biancore, contrapposto alla tinta scura delle rocce, ricordasse al pescatore di passaggio che un’esistenza agitata e miserabile era venuta a cercare l’eterno riposo su questo arido promontorio.